giovedì, maggio 07, 2009

Tipo

ogni post e' un viaggio nel cervello. certe volte ci sono bei paesaggi, altre volte lande desolate. questi post che vado scrivendo da ormai un po' di tempo dipendono dal paesaggio che mi trovo davanti. non sempre il paesaggio e' piacevole. per esempio, oggi il paesaggio e' un prato mezzo secco e spelato con sopra un cassetta di pomodori vuota e un pollo che scorazza intorno... a prima vista sembra un pollo qualsiasi, ma poi si nota che ha quattro zampe... questo paesaggio un po' mi piace. allora, ci sta questo prato spelato e mezzo secco. su questo prato c'e' un pollo che gira intorno a una cassetta di pomodori vuota. a un lato della cassetta, destra o sinistra non importa, c'e' un albero anch'esso malandato. arriva uno con un fucile. ha tipo una salopette da meccanico sporca, la barba incolta e la faccia da pugile suonato. si chiama Tipo. Tipo spara al pollo. il pollo muore stecchito. Tipo prende il pollo morto, gli infila un uncino su per il culo e lega l'uncino a una corda. Tipo si incammina nella boscaglia che costeggia il prato e vi si inoltra. Tipo sbuca vicino a un fiumiciattolo, che sembra quasi uno stagno. sistema il pollo vicino a un argine del fiume e si nasconde dietro un cespuglio. l'acqua del fiume comincia a ribollire. si vede qualcosa affiorare. è una bocca. sembra quella di un coccodrillo, ma affianco alla bocca spuntano due braccia umane. la creatura esce dall'acqua. ha la bocca da coccodrillo, le braccia umane, delle branchie e i piedi palmati. e' alto piu' di due metri e striscia. con aria sospettosa, sembra quasi annusare il pollo. poi, con lentezza, gira la testa da un'altra parte, quasi fosse disinteressato. e all'improvviso la rigira di scatto verso il pollo e lo addenta con forza. l'uncino nascosto nel corpo del pollo gli rimane incastrato nel becco da coccodrillo. Tipo esce dal cespuglio e tira con forza verso di lui, mentre la creatura si voltola nel fango freneticamente, cercando di liberarsi dall'uncino. i due ingaggiano una lotta furibonda, Tipo tira verso di lui, ma l'uomo coccodrillo e' forte e oppone una resistenza valorosa. l'uomo coccodrillo, con uno sforzo tremendo, riesce a sganciare l'uncino dal suo becco, e, nonostante le ferite, sembra stare piuttosto bene. si solleva sulle gambe ergendosi in tutta la sua altezza. Tipo lo guarda con un'aria fra lo stupito e il divertito. fra i due ci sono una decina di metri. la creatura si mette a quattro zampe, e un po' strisciando e un po' camminando, si avvicina minacciosa verso Tipo. Tipo, con calma, prende il fucile e gli spara in testa. La creatura muore stecchita. Tipo se la carica sulle spalle e si inoltra di nuovo nella boscaglia.
e' il tramonto quando Tipo arriva nei pressi di una casa. dalla casa esce una bambina bellissima. bionda, con gli occhi azzurri, indossa un vestitino a fiori che lascia scoperte gran parte delle gambe, gambe lunghe e affusolate che promettono bene. quando scorge Tipo, la felicita' le si dipinge sul volto. da sotto il vestito spuntanto una decina di tentacoli. e grazie a quelli si affretta in direzione di Tipo gridando: "papa', papa'!".
sulla soglia, esce una donna in cinta che guarda la scena felice. E si lecca le labbra con una lingua di serpente.

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venerdì, gennaio 09, 2009

polvere nera

Il ragazzo, con l’involto nascosto nel giaccone sotto il braccio, svoltò l’angolo in fretta. Era notte, e per una frazione di secondo sfuggì al raggio luminoso del faro AG che galleggiava muovendosi in ogni direzione sul tettuccio di una volante della polizia. Al riparo nel vicolo buio, vide la volante sollevarsi da terra lentamente, superare i palazzi in altezza e allontanarsi silenziosa, accompagnata dal flebile ronzio del motore atomico. Quando scomparve alla sua vista, si accucciò e preparò il fornelletto di fortuna. Da una tasca del giaccone tirò fuori un vecchio posacenere di acciaio, bucato al centro, in cui faceva convogliare il calore della fiamma di un’esca che preparava con quello che riusciva a reperire al momento. Era veramente allo stremo, la crisi d’astinenza gli stava intorpidendo i sensi e uno strano sonno malato lo stava per avvolgere. Capendo il rischio che correva, il ragazzo affrettò le operazioni. Preparò l’esca con dei legnetti e della plastica raccolta dai rifiuti, posò il vecchio posacenere a terra capovolto e lo tenne sollevato a metà, giusto il tempo per innescare la fiamma con la penna laser. Il fuoco si accese rapidamente e, mentre il fornello si scaldava, il ragazzo prese dall’involto sotto il braccio il sacchetto che conteneva la proibitissima polvere nera. Da una tasca del suo pantalone cargo, tirò fuori il resto del suo armamentario da tossico. Posato tutto in terra, prese la macchinetta, svitò la vaschetta, e grazie a una borraccia che aveva sempre con sé, la colmò d’acqua fino a metà della valvola di sfiato. Poi inserì il filtro e vi ripose con il cucchiaino la polvere nera cercando di non perderne neanche un granello. Quindi avvitò la parte superiore della macchinetta e la mise a scaldare sul fuoco. Attese così accovacciato, nel buio del vicolo, di ascoltare il borbottio del liquido che fuoriusciva. Lo sguardo gli cadde su un manifesto che doveva stare lì da un paio d’anni, visto che invitava “tutti” a un veglione per festeggiare il capodanno del 2040. Quando finalmente sentì il suono desiderato, preparò la tazzina, e non appena smise di bollire, versò il tutto nella tazzina facendo sciogliere al contempo una zolletta di zucchero in equilibrio sul cucchiaino, come si faceva una volta con il laudano. Avidamente bevve il contenuto, leccò il cucchiaino e la tazzina, e poi ci passò un dito per raccogliere i rimasugli che si spalmò sulle gengive. Quindi fece sparire il tutto nelle tasche del cargo, uscì dal vicolo e si incamminò senza una meta precisa ma con un obiettivo determinato: procurarsi in tutti modi dei soldi per altro caffè.

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sabato, ottobre 18, 2008

la fuga

Capii ad un tratto che tutto era compromesso, e scappai. Non c'era niente che potesse trattenermi. ci sono posti in cui non si deve rimanere, e cose che non si devono fare. punto. Ebbi tuttavia la forza di non trascinarla per le lunghe. E, come ho gia' detto, scappai. E andai nel posto dove ero stato meglio in tutta la mia vita, dove tuttora male non si sta.

Faceva un freddo cane. Si era appostato vicino al bancomat e batteva i piedi a terra. Appena fuori dal cono di luce proiettato da un lampione. Un berretto di lana calcato sulla testa e il bavero alzato. Era pronto alla lotta, anche. Non era orario da vecchiette. Se qualcuno faceva bancomat a quell’ora, di certo non sarebbe stata una vecchietta, o più in generale una donna. Ma non era particolarmente preoccupato. Era sempre stato dall’altro lato, da quello dei giusti, dei buoni. Sapeva quanta paura può fare un uomo che ti rapina. E lui non era particolarmente bello né gracile. Era cautamente ottimista. Il caso lo smentì. Nel miglior modo possibile. Dapprima sentì il rumore dei tacchi. Che martellavano il marciapiede con ritmo frenetico. Poi scorse in lontananza la sagoma di una donna che si avvicinava velocemente. La donna arrivò veloce allo sportello. Si accorse di lui. Ebbe un attimo di esitazione. Poi gli chiese: “Posso?”. “Prego”, le rispose. La donna si sentì sollevata. Gli rivolse un sorriso e si avvicinò allo sportello. Lui aspettò con calma che finisse la sua operazione. Quando stava ritirando lo scontrino, le si avvicinò alle spalle e le puntò il cacciavite alla tempia. “metta tutti i soldi nella mia tasca”, le disse. Dandole del lei. La donna provò a girarsi verso di lui istintivamente, e lui fece una lieve pressione con il cacciavite sulla tempia. Tremante, la donna disse: “va bene… non mi faccia…”. E prese i soldi che aveva appena riposto nella borsa. Glieli mise nella tasca. E lui le disse: “non si giri prima di aver finito di contare fino a venti, la tengo d’occhio”. La donna disse: “va… va bene”. Lui si allontanò lentamente. Fino a scomparire dietro un angolo doveva aveva lasciato la bicicletta. Pedalò a tutta velocità fino all’altro bancomat che aveva previsto di visitare. Quello più vicino alla Stazione Centrale. Ci arrivò, buttò la bicicletta a terra. e prelevò con la sua carta la cifra esatta che aveva rubato alla donna. Controllò l’orologio: dalla rapina al suo prelievo non erano passati più di cinque minuti. “Benissimo”, pensò. Lasciò la bicicletta vicino a un cassonetto dei rifiuti. Considerò che non stonava per niente. Poi si avviò a piedi verso la stazione, notò un gruppo di “poco raccomandabili”, ci passò vicino e fece cadere il bancomat. Che aveva sistemato in una custodia insieme al Pin. Entrò in stazione e prese il primo treno per la Francia. In treno si rilassò un attimo. E ripensò alla fortuna che aveva avuto negli ultimi giorni. Sapeva che il vecchio stava per morire. Ma non sperava tirasse le cuoia così presto. Non osava sperarlo. Certo, era uno noto per la discrezione e per l’abilità. Ma ora che stava per andarsene, la sua clientela si era triplicata. Falsificava documenti con una bravura che aveva dell’incredibile. Li invecchiava. Faceva solo vecchie patenti e vecchi passaporti. In poco tempo e a una cifra ragionevole si riusciva così ad ottenere una nuova, vecchia e falsa identità. Diceva sempre che i suoi segreti se li sarebbe portati nella tomba, ma insomma… non si può mai sapere. E lui voleva che tutto fosse perfetto. Per questo aveva deciso di aspettare che il vecchio morisse, prima di attuare il suo piano.
Due giorni dopo che gli aveva consegnato passaporto e patente falsi, le condizioni del vecchio si erano aggravate. E nel giro di dodici ore, se n’era andato. Non aveva parenti. Il suo lavoro lo assorbiva completamente. Un giorno dopo la sua morte, un “misterioso” incendio aveva distrutto la sua casa. Ovviamente lui non c’entrava niente con l’incendio. Ma visto il lavoro del vecchio, era logico pensare che più di qualcuno avesse interesse a distruggere ogni traccia. E poi l’ultimo colpo di fortuna, la donna che faceva bancomat in piena notte.
Un sorriso gli si disegnò sul volto mentre il treno cominciava a muoversi piano.

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lunedì, dicembre 24, 2007

un racconto di natale

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giovedì, luglio 19, 2007

dichiarazioni spontanee


e insomma, visto che non c'è due senza tre, ecco un altro racconto òrro. ma stavolta avverto che è molto òrro. forse più òrro degli altri. vabbe'...

Credetemi, non scherzo: la realtà è fatta a fette, e siamo noi a decidere in che fetta della realtà vivere. Lì ci stabiliamo e costruiamo la nostra dimora, che il più delle volte, col passare del tempo, si trasforma in una fortezza dentro la quale ci barrichiamo.
Se, per esempio, scegliamo di condurre una vita onesta e senza pecche, siamo portati a credere che il fango della delinquenza sia qualcosa di marginale, e che si viva in quella fetta di realtà solo per scelta deliberata. Ci siamo, classicamente, “fatti un’idea”. Leggendo giornali e guardando telegiornali. L’idea porta a un’unica conclusione: se ci barricheremo nel nostro cortile, staremo al sicuro. Devo ammettere che se al contrario decidiamo di vivere in maniera bieca, disonesta, immorale, ci consoliamo dicendo cose del tipo “tutti hanno i loro scheletri nell’armadio”...
Nel bene o nel male, viviamo nel nostro cortiletto e consideriamo reale solo quello.
Di certo non lo ammetteremo mai, ma è così. O, quanto meno, questa è l’idea che mi sono fatto.
Così, se decidiamo che le storie strane, bizzarre, astruse, che pure si raccontano, sono tutte frottole facilmente spiegabili, allora trascorreremo una vita tranquilla, tagliando fuori dalla nostra realtà una fetta, non piccola, di domande, dubbi, illusioni. (Pur sapendo benissimo che di domande, dubbi e illusioni è fatta la sostanza stessa della vita.)
Per esempio, c’è una nave chiamata Mary Celeste, che fu trovata nel 1872 con le vele ammainate e una zuppa di porridge mezzo consumata sul tavolo del capitano, e le scialuppe di salvataggio ancora al loro posto… e ci sono quelle coincidenze, che mi fanno veramente impazzire, davanti alle quali chiudiamo gli occhi innumerevoli volte al giorno, come quando, per fare un esempio, alla televisione vediamo un documentario sui pesci spada, e veniamo interrotti dal campanello della porta e sulla soglia troviamo un fattorino con un trancio di pesce spada regalatoci da un amico, e la sera, mentre torniamo in macchina a casa, vediamo l’insegna di una pescheria con il disegno di pesce spada. Sì, immagino che chi stia leggendo, in questo momento stia sorridendo con sufficienza già dimentico delle stranezze accadutegli, magari ben più bizzarre di quella da me descritta. E magari mi compatisce, mi considera un debole, uno che fa esempi stupidi perché fantasia e intelligenza non lo aiutano, invece lui, o lei, ha tenuto duro nel non credere a queste stupidaggini quella volta che… e sorride… ride di me, che mi sto sforzando di raccontare in tutta onestà. (Troppo spesso consideriamo il sorriso un segno di vittoria della nostra razionalità e ironia sulle stranezze della vita, quando invece può essere sintomo della peggiore delle sconfitte: il sorriso è una forma di paura, in certi casi; gli adolescenti ridono del sesso, ridono quando sentono parole come pene o vagina…)
Ma ho già divagato abbastanza. La prima volta che si manifestò il fenomeno non ebbi praticamente alcuna reazione. Ero solo in casa e trovai un posacenere capovolto sul divano del soggiorno. I mozziconi e la cenere sparsi un po’ ovunque, come se il posacenere avesse fatto un salto, dal tavolino di fronte al divano, fino al divano stesso. Come fa uno a pensarci su più di cinque minuti? Eppure era mattina, ero solo in casa, nessun ospite la sera prima, nessuna finestra aperta, niente che potesse neanche lontanamente giustificare una cosa del genere. Non ci pensai più di due minuti, anzi, da subito mi infastidì il fatto di dover pulire. Vivere da soli porta con sé alcune conseguenze, come il fatto che pulire diventa una sorta di lusso che ci si concede una volta ogni tanto…
E poi ero in ritardo, quindi ripulii grossolanamente e andai a lavoro.
Al mio ritorno tutto era al suo posto. Certo, razionalista com’ero, solo una piccola percentuale di me si aspettava di trovare qualcosa fuori posto, ma l’ordine (si fa per dire) della casa mi confortò nella certezza che, per qualche ragione, un posacenere si era ribaltato facendo un salto di circa mezzo metro e si era rovesciato sul divano.
Col passare del tempo i fenomeni aumentarono. Piccole cose, certo: un piatto rotto, la tv che si accendeva da sola, fiammiferi sul pavimento, un tozzo di formaggio nella credenza (mi ricordavo di averlo lasciato nel frigo), un fornello acceso… finché un giorno trovai un giornale sul lampadario.
Pensare è un po’ come respirare. Non si può smettere di pensare, finché si è vivi, e neanche di respirare, neanche mentre si dorme. Ma con la respirazione si può cambiare l’umore di una persona, ci sono tecniche di respirazione che lo permettono. C’è modo e modo di respirare, insomma. E c’è modo e modo di pensare.
I giorni passavano e io cominciavo a pensare in modo diverso. Considerai il fatto che non avevo paura, qualunque cosa fosse, non avevo paura. E ne ero in qualche modo compiaciuto.
Ma una notte mise a dura prova i miei nervi, e vinse.
Mi ero messo a letto da poco, avevo letto due pagine di un libro sulla seconda guerra mondiale e mi si erano chiusi gli occhi sulla parola “bombardamento”. Con gli occhi già chiusi lasciai cadere il libro a terra e spensi la lampada sul comodino. Non so da quanto tempo mi ero addormentato quando sentii… non so bene come definirlo… in genere si usa la parola “colpo”… e cioè un rumore sordo accompagnato da una vibrazione nelle pareti, nel pavimento… che arriva a te come un piccolo spostamento d’aria… al primo colpo ne seguì un altro… aprii gli occhi nel buio… e cercando di acquistare equilibrio e lucidità, provai a capire da dove venissero i rumori. Un altro colpo mi fece sussultare, quasi saltare sul letto. I rumori venivano proprio da lì, sotto di me, sotto il letto. Tremante, mi sporsi dal materasso. Cautamente spostai una mano verso il basso, verso il lembo delle coperte che sfioravano il pavimento quando una mano gelida mi afferrò il polso e mi trascinò giù dal letto. Caddi pesantemente a terra e da sotto il letto intravidi il suo volto tumefatto e grigio. Che nonostante tutto manteneva le tracce di una bellezza struggente. Urlai. E persi i sensi.
Mi risvegliai la mattina dopo sul pavimento. Dolorante e confuso.
Dopo quella notte cominciai ovviamente a dubitare della mia sanità mentale. Qualche giorno dopo presi un appuntamento con un medico specialista in problemi del sonno.
Visto che ero un po’ in anticipo, mi fermai in un bar nei pressi dello studio medico per un caffé. Sorseggiavo con lo sguardo nel vuoto e mi accorsi appena di una donna, o meglio una ragazza sui vent’anni, vestita con un abito lungo, che mi passò vicino. La ragazza, dopo avermi superato, tornò indietro. Me ne accorsi solo quando poggiò una mano inanellata sul bancone. Ci guardammo negli occhi. Ed ebbi paura. Fermo, paralizzato dal terrore, non riuscivo a dire una parola: era la copia esatta della ragazza sotto il letto. Cominciai ad avvertire la pelle d’oca invadere ogni centimetro della mia pelle. Lei se ne accorse e cercò di calmarmi. Si presentò, si chiamava Miriam. Ma non mi tranquillizzai più di tanto. Ero bloccato. Non volevo urlare nel bar, ma forse non ci sarei neanche riuscito.
La ragazza mi tese la mano. Quel gesto mi sciolse un po’ e dopo un momento, riuscii a trovare la forza di reagire. Sentire la sua mano calda stringersi nella mia, finalmente, mi calmò.
Miriam, dopo essersi scusata per il disturbo, senza altri preamboli mi parlò di sua sorella Emilia, scomparsa, nel vero senso della parola, circa due anni prima. Miriam mi spiegò che da quasi un anno avvertiva la presenza della sorella nei posti più impensati, e questo, in qualche modo, l’aveva convinta del fatto che la sorella fosse morta e tentasse di comunicare con lei. Vedeva negli occhi delle persone il suo passaggio, trovava le sue tracce psichiche e le seguiva: questo pensava. E per questa ragione Miriam si trovava lì in quel posto, a quell’ora. Non sapeva spiegarmi meglio, mi disse, quello che le stava accadendo, ma quella sera, in quel bar, aveva visto me e aveva visto di più. E questo l’aveva spinta a superare la soglia della discrezione e a parlarmi a viso aperto.
A quel punto mi chiese di raccontarle cosa avessi visto. Me lo chiese molto gentilmente.
E io le raccontai dell’apparizione. La vidi incupirsi e, dopo il mio racconto, rimase un po’ assorta nei suoi pensieri. Interruppi quel silenzio chiedendole se potesse esserle in qualche modo d’aiuto venire a casa mia per vedere dov’era successo. Lei, dopo qualche indugio, si convinse.
Una volta in casa, in un momento in cui era girata di spalle, le strinsi un laccio intorno al collo e tenni stretto finché non perse i sensi. Presi due giorni di permesso dal lavoro, comprai dell’acido in ferramenta e sciolsi il corpo di Miriam nella vasca da bagno.
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mercoledì, luglio 18, 2007

il corpo

visto che è estate... no, non c'entra niente... visto che nel precedente post... no, neanche questo c'entra molto. vabbe', insomma, questo è un altro racconto òrro che ho scritto.

Romano quella mattina, entrando in macchina, era del tutto rilassato. Per lui, quel giorno, iniziava l’ultima settimana di lavoro prima delle ferie.Aveva trascorso il fine settimana con la famiglia nella villetta al mare, era riuscito finalmente a giocare col figlio di cinque anni, Luca, sguazzando nel mare e rimproverandolo quando esagerava, esercitando insomma la sua funzione di padre, quella che lui sentiva, a causa del suo lavoro, di non esercitare a sufficienza. Trovava in effetti troppo morbida l’educazione che sua moglie, Lara, dava al loro pargolo, e questo lo portava, la sera, quando tornava a casa dal lavoro, a cogliere ogni occasione per rimproverare il piccolo, ma non gli piaceva troppo. Voleva sì rimproverarlo, ma gli sarebbe piaciuto anche avere più occasioni per giocarci, per dimostrargli il suo affetto, per fargli capire che non era solo un cerbero, pronto a scagliarsi contro di lui alla minima occasione. Fra l’altro, la sera prima, era riuscito a fare due cose che non gli riuscivano da tempo: andare a letto presto (dopo aver congedato con garbo degli ospiti un po’invadenti) e fare l’amore come si deve con sua moglie. Per questo quella mattina era rilassato, e soddifatto.Si era alzato con calma, aveva dato un bacio sulla fronte di Lara ancora addormentata; cercando di fare il più piano possibile, si era fatto la doccia, un caffé, si era vestito, aveva sbirciato dalla porta socchiusa della sua stanza Luca che dormiva e, sempre in silenzio, era uscito da casa e aveva raggiunto la macchina nel vialetto della sua villetta, chiuso da un pesante cancello di ferro battuto.Aveva aperto piano il cancello, girandovi tre volte le chiavi nella toppa, ne aveva spalancato le ante, e solo dopo queste operazioni aveva schiacciato il pulsantino del telecomando per disattivare l’allarme e aprire la macchina. Rilassato e soddisfatto. Non appena entrò in macchina però, fu assalito da un odore nauseabondo, un odore a metà fra un sacco della spazzatura pieno da tre giorni e quello di un camion dello spurgo.Pensò che fosse dovuto allo scarico dell’aria condizionata, aveva sentito dire che a volte causava quel problema. Avviò la macchina e partì, dopo aver acceso radio e aria condizionata. Sulla strada ascoltava tranquillamente l’autoradio, le previsioni del tempo, e intanto attendeva che il puzzo svanisse.Ma questo non succedeva. A poco a poco, uno strano nervosismo sfumò sulla sua serenità e, con ferma delicatezza, ne prese il posto.Romano, imboccata l’autostrada, a circa due chilometri di distanza dalla sua villetta di villeggiatura, e a circa venti chilometri dal suo posto di lavoro, fermò la macchina in una piazzola di sosta, deciso a scoprire la causa di quell’odore insopportabile. Nervoso, scese dalla macchina e ci girò intorno fino al bagagliaio. D’istinto lo aprì e… e lo spettacolo che gli si parò dinanzi agli occhi gli fece salire veloce un conato di vomito lungo lo sterno. Ciò lo spinse a raggiungere il guardrail per appoggiarvisi e vomitare un misto di saliva acida e caffé che gli era salito rapidamente dallo stomaco. Prima di andare avanti ci tengo a dire che Romano nel suo bagagliaio aveva appena visto il cadavere, di un uomo o una donna, in stato di decomposizione, con addosso degli abiti a brandelli; era sistemato in posizione fetale e i denti, ormai scoperti dalla carne rattrappita delle labbra, disegnavano sul volto tumefatto un sorriso macabro. Dopo aver per qualche minuto cercato di assecondare il moto del suo stomaco con dei conati tanto vani quanto violenti, Romano cercò di riprendere il controllo. Con il fazzoletto premuto sulle labbra e ancora appoggiato al guardrail, si poneva delle domande alla rinfusa: come ci era finito lì quel corpo? Chi ce l’aveva portato? Che significava? Lo volevano incastrare? Sì, perché insomma, uno che vuol nascondere un corpo può ben sotterrarlo, e non metterlo in un bagagliaio, dove di sicuro sarebbe stato scoperto. E poi perché proprio il SUO bagagliaio? E come avevano fatto? Come superare il pesante cancello di ferro battuto, come aprire il bagagliaio senza fare scattare l’allarme della macchina? Come fare tutto questo senza il minimo rumore? Gli venne in mente una parola: POLIZIA. Doveva chiamare la polizia. Andò alla macchina e tirò fuori il suo cellulare. Compose il centotredici e spiegò confusamente la situazione al centralinista.Circa venti minuti dopo due volanti della polizia lo raggiunsero.Davanti al grottesco spettacolo, gli agenti non credevano ai loro occhi. Romano cercò di dare delle spiegazioni, ma era evidente che c’era della diffidenza nei suoi interlocutori. Dopo aver steso un breve verbale secondo le dichiarazioni di Romano, gli agenti lo invitarono a seguirlo in questura. Romano se lo aspettava e chiese solo di non guidare lui la sua macchina. Gli agenti lo accontentarono. L’interrogatorio fu lungo e faticoso, fidatevi. Non solo. Anche Lara e Luca furono prelevati da casa da una pattuglia e tradotti in questura, e anche a loro vennero poste delle domande. Romano, direttore di banca, aveva conosciuto per lavoro il commissario, che li raggiunse a interrogatorio terminato. Chiacchierarono della faccenda, entrambi straniti. Poi, grazie all’intervento del commissario, Romano, Lara e Luca vennero congedati, e gli venne anche riconsegnata l’auto. Era estate da più di un mese. Il corpo fu subito trasportato all’obitorio e l’autopsia fu fissata per l’indomani: il patogolo reperibile, raggiunto via cellulare, era bloccato nel traffico a un casello dell’autostrada… Il mattino dopo, di buon ora, verso le otto, il patologo, Sara, entrava nell’obitorio con grembiule verde e guanti in lattice, sicura di trovare il corpo già pronto per l’autopsia. Ma così non fu. Sara, con fare gentile ma fermo, chiese all’addetto come mai il corpo non fosse pronto. L’addetto giurò più volte di aver preparato tutto già dalla sera prima. E controllarono mille volte documenti e scomparti. Ma del corpo neanche l’ombra. Sara avvertì subito il commissario per telefono. Il commissario, appresa la notizia, attaccò sbigottito; in quello stesso momento squillò ancora il telefono. Era Romano: il corpo era di nuovo nel suo bagagliaio.

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lunedì, luglio 16, 2007

la casa sulla scogliera

pubblico per la prima volta un racconto che ho scritto per i fatti miei nel senso che non ho scritto pensando al blog. ovviamente sono ammesse critiche, complimenti, commenti di ogni sorta, premi in denaro, offerte di soggiorno in posti esotici, varie ed eventuali. aj, sì! è un racconto horror.

Penso sia opportuna una premessa. Nello spazio la destra e la sinistra sono definizioni che cambiano al cambiare del punto di vista dell’osservatore; così come “avanti” e “dietro”, tanto che spesso usiamo queste definizioni in base ad alcune variabili, come il nostro stato psicologico: non possiamo dire con assoluta certezza e oggettività se siamo il primo degli ultimi o l’ultimo dei primi in una fila, o se un bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto.
E così cambiamo il nostro modo di esprimerci, a secondo se il bicchiere lo vediamo mezzo pieno o mezzo vuoto; e, in fin dei conti, cambiamo la realtà dei fatti, definendo il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.
Questa elasticità che abbiamo quando ci riferiamo alla supposta realtà “materiale” delle cose, lo spazio e i volumi negli esempi fatti, manca quando si parla di tempo. Avanti o indietro nel tempo per noi significano cose chiare, chiarissime. Prima e dopo, altrettanto.
Eppure la scienza sembra avere dei dubbi, a tal proposito, da una cinquantina d’anni a questa parte.
Questa storia è successa “davvero” a un secondo cugino di una zia acquisita di mia moglie, per cui userò solo le iniziali dei nomi dei protagonisti.
L, il secondo cugino della zia di mia moglie, si era da poco sposato con F . Disponendo di una consistente riserva di entusiasmo e di soldi, i due acquistarono una casa appena costruita in un complesso residenziale sulla scogliera di P., in Toscana.
Appena due mesi dopo il matrimonio, circa venti giorni dopo essersi stabiliti nella nuova abitazione, L e F traslocarono e vendettero la nuova proprietà.
Stando a quanto mi è stato riferito, nulla che non andasse: riscaldamento, posizione, comodità varie, tutto perfettamente in ordine.
I loro conti in banca erano a tal punto in buona salute che acquistarono una nuova casa prima di riuscire a vendere l’altra.
Non dettero alcuna spiegazione credibile per questo gesto, salvo qualche vaga allusione a delle presunte emicranie di F dovute alla vicinanza del mare.
Effettivamente la motivazione non era convincente, soprattutto per il modo frettoloso e vago con cui in genere veniva manifestata.
La zia di mia moglie voleva vederci chiaro, e decise di prendere in mano la situazione: “single”, 60 anni, parecchio tempo a disposizione, era tormentata da questa storia, doveva a tutti i costi saperne di più.
Decise così di invitarli a cena, invito che i due furono ben lieti di accettare essendo in corso il loro secondo trasloco nel giro di poco tempo.
La zia aveva preparato una strategia per spingerli a raccontare la verità. Ora, per farla breve, non so dire quale fosse di preciso questa strategia, ma si dimostrò efficace quando, al momento del dessert, e dopo aver inzuppato i due di Montepulciano e Limoncello, la zia fece la fatidica domanda.
L e F si guardarono negli occhi. I freni inibitori erano stati allentati dall’alcol e le loro difese erano notevolmente ridotte.
L considerò ad alta voce, rivolto a F, che la casa ormai era stata venduta, e non dovevano più temere che si spargessero certe voci... poi, con lieve imbarazzo, dopo un rapido sguardo alla zia, disse anche che della zia ci si poteva fidare. F abbassò gli occhi e annuì silenziosa.
L iniziò da una premessa: probabilmente erano stati vittime di un’allucinazione dovuta al Mezcal che avevano portato dal Messico, meta del loro viaggio di nozze.
La terza notte che dormivano nella nuova casa, i due giovani sposi avevano cominciato a sentire rumori e scricchiolii. All’inizio avevano pensato si trattasse di normali rumori di assestamento di una casa appena costruita, se non ché questi rumori si erano fatti di giorno in giorno più definiti, più chiari, finché una notte, verso le tre del mattino, distinsero chiaramente il rumore dello sciacquone e dei passi che si allontanavano dal bagno. I due, allora, eccitati e spaventati allo stesso tempo, si alzarono dal letto, si armarono di una pesante torcia elettrica e di un tagliacarte, e si avviarono verso la cucina, dove sembrava si fossero diretti i passi. La luce in cucina era accesa, F e L si spalmarono sul muro appena fuori dalla cucina, vicino alla porta e, pian piano, si sporsero fino a sbirciarci dentro. Una donna, di spalle, preparava un caffé in vestaglia. Sistemata la caffettiera sul fornello, la donna si girò verso di loro per andare a sedersi al tavolo al centro della stanza. La poterono così guardare in volto: era l’espressione stessa della tristezza, sciatta e spettinata, due profonde occhiaie marroni incorniciavano due fessure strette in cui a stento si distingueva il bianco degli occhi. La donna si sedette a una delle sedie intorno al tavolo, puntò i gomiti sul tavolo e si prese la testa fra le mani. E dopo un attimo scoppiò a piangere. L e F erano quasi decisi a venire allo scoperto per consolare la donna, senza chiedersi perché e per come, quando la donna si alzò dalla sedia con uno scatto improvviso, andò verso la credenza, aprì il cassetto, tirò fuori un coltello e si incise profondamente le vene dei polsi spargendo sangue sul pavimento della cucina. L stava per andare a soccorrerla quando si sentì tirare da dietro: F, perdendo i sensi, si aggrappava a lui in un estremo residuo di coscienza. L riuscì a prenderla in tempo ed evitarle di cadere a peso morto sul pavimento ma, quando si rigirò verso la cucina per controllare la situazione, tutto era scomparso: non c’era più traccia della donna, del sangue, del caffè...
L trasportò F in camera da letto e la fece riavere con un po’ d’acqua fresca e qualche piccolo schiaffo sul volto. Quando F si riebbe, L le raccontò di come tutto fosse svanito nel nulla. La mattina dopo abbandonarono frettolosamente la casa, andarono ad alloggiare in un albergo e contattarono un’agenzia per la vendita della casa.
La zia raccontò la storia a mia moglie, e così è arrivata a me. Avendo fin da piccolo una consistente passione per le stranezze, la storia mi ha incuriosito a tal punto che ho fatto di tutto per avere un incarico dalla compagnia per la quale lavoro proprio a P., la località in cui erano avvenuti quegli eventi sconcertanti.
Dovendomi trattenere una settimana, nei momenti liberi provai a indagare.
Per prima cosa andai a vedere la casa: niente di particolare, se non il fatto che mi era stata descritta in modo nettamente migliorativo. Era, alla fine, abbastanza anonima, un cubicolo di cemento armato, circondato da un giardino stretto e squadrato a non meno di centro metri dalla costa, un punto in cui la sabbia lasciava il posto a delle formazioni rocciose che solo con grande slancio emotivo si potevano definire “scogliera”. Riuscii a contattare un appassionato di storia locale e gli chiesi se in quella posizione fosse mai sorta un’altra dimora, un cimitero o qualcos’altro, ma lo storico mi rispose che non gli risultava niente di tutto questo. Feci un salto dal notaio e, con non poca abilità riuscii a farmi dire a chi fosse attualmente intestata. Scoprii che negli ultimi tre anni la casa non aveva più cambiato proprietario. Probabilmente il fenomeno, se di fenomeno si trattava, non si era più ripetuto. Era intestata a un tale B.E.
Insomma, niente di interessante.
La settimana passò e io finii il mio lavoro.
Il giorno della partenza, scesi dalla mia stanza dell’albergo con le valigie e notai una certa agitazione. Dai brandelli di discorsi, confermati poi dalle notizie di un giornale locale che acquistai appena uscito dall’albergo, venni a sapere che una donna si era suicidata in paese quella notte.
In quella casa.
Si era tagliata le vene.
La storia finì per intristirmi, e provai a dimenticarmene. Tuttavia, una serie di coincidenze accadute di recente, mi spingono, se non a trarre conclusioni, quanto meno a riconsiderare l’intera vicenda.
La zia di mia moglie è morta di infarto poco dopo il suicidio della donna nella casa di P. Sembra sia stata abbastanza discreta nel divulgare la storia dei due sfortunati.
Mia moglie, in seguito a un brutto incidente, ha perso parte della sua memoria, per fortuna sembra aver perso il superfluo e conservato l’essenziale; giorno dopo giorno, sta lentamente ricostruendo un nuovo mondo di piccole cose, e i medici sono ottimisti. Hanno avvertito però che nessun ricordo precedente riaffiorerà, e tutto il superfluo sarà composto da ricordi nuovi; a detta dei medici, inoltre, non è assolutamente opportuno che qualcuno o lei stessa, provi a ricostruire il superfluo rimosso.
Anche L e F non ci sono più.
L è ormai da un anno rinchiuso in una casa di cura.
F è morta poco prima.
L e F avevano avuto un figlio, morto a due anni per un incidente domestico. L sporcò il suo dolore incolpando F della morte del figlio. E la lasciò. F, sola e disperata, si tolse la vita. L invece resistette per circa due mesi, prima di prendere l’abitudine di andare al parco vestito solo di giornali per annunciare la fine del mondo.
È una storia questa? Fatti e personaggi sembrano somigliare e sovrapporsi, seguendo una logica arcana, allineandosi come pianeti sulla carta di un astrologo, accomunati solo da una sorta di indifferenza al tempo che forse è solo la considerazione del tempo da un altro punto di vista... non so... o forse sono io che ricostruisco il tutto cercando di dare una logica al caso, un senso alla tragedia… dando peso alle allucinazioni di due pazzi e ai pettegolezzi di una vecchia zia… non so…
Abdico al foglio e alla penna il compito di recarne testimonianza; al lettore, se vorrà, la facoltà di trarre conclusioni.

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