pubblico per la prima volta un racconto che ho scritto per i fatti miei nel senso che non ho scritto pensando al blog. ovviamente sono ammesse critiche, complimenti, commenti di ogni sorta, premi in denaro, offerte di soggiorno in posti esotici, varie ed eventuali. aj, sì! è un racconto horror.Penso sia opportuna una premessa. Nello spazio la destra e la sinistra sono definizioni che cambiano al cambiare del punto di vista dell’osservatore; così come “avanti” e “dietro”, tanto che spesso usiamo queste definizioni in base ad alcune variabili, come il nostro stato psicologico: non possiamo dire con assoluta certezza e oggettività se siamo il primo degli ultimi o l’ultimo dei primi in una fila, o se un bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto.
E così cambiamo il nostro modo di esprimerci, a secondo se il bicchiere lo vediamo mezzo pieno o mezzo vuoto; e, in fin dei conti, cambiamo la realtà dei fatti, definendo il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.
Questa elasticità che abbiamo quando ci riferiamo alla supposta realtà “materiale” delle cose, lo spazio e i volumi negli esempi fatti, manca quando si parla di tempo. Avanti o indietro nel tempo per noi significano cose chiare, chiarissime. Prima e dopo, altrettanto.
Eppure la scienza sembra avere dei dubbi, a tal proposito, da una cinquantina d’anni a questa parte.
Questa storia è successa “davvero” a un secondo cugino di una zia acquisita di mia moglie, per cui userò solo le iniziali dei nomi dei protagonisti.
L, il secondo cugino della zia di mia moglie, si era da poco sposato con F . Disponendo di una consistente riserva di entusiasmo e di soldi, i due acquistarono una casa appena costruita in un complesso residenziale sulla scogliera di P., in Toscana.
Appena due mesi dopo il matrimonio, circa venti giorni dopo essersi stabiliti nella nuova abitazione, L e F traslocarono e vendettero la nuova proprietà.
Stando a quanto mi è stato riferito, nulla che non andasse: riscaldamento, posizione, comodità varie, tutto perfettamente in ordine.
I loro conti in banca erano a tal punto in buona salute che acquistarono una nuova casa prima di riuscire a vendere l’altra.
Non dettero alcuna spiegazione credibile per questo gesto, salvo qualche vaga allusione a delle presunte emicranie di F dovute alla vicinanza del mare.
Effettivamente la motivazione non era convincente, soprattutto per il modo frettoloso e vago con cui in genere veniva manifestata.
La zia di mia moglie voleva vederci chiaro, e decise di prendere in mano la situazione: “single”, 60 anni, parecchio tempo a disposizione, era tormentata da questa storia, doveva a tutti i costi saperne di più.
Decise così di invitarli a cena, invito che i due furono ben lieti di accettare essendo in corso il loro secondo trasloco nel giro di poco tempo.
La zia aveva preparato una strategia per spingerli a raccontare la verità. Ora, per farla breve, non so dire quale fosse di preciso questa strategia, ma si dimostrò efficace quando, al momento del dessert, e dopo aver inzuppato i due di Montepulciano e Limoncello, la zia fece la fatidica domanda.
L e F si guardarono negli occhi. I freni inibitori erano stati allentati dall’alcol e le loro difese erano notevolmente ridotte.
L considerò ad alta voce, rivolto a F, che la casa ormai era stata venduta, e non dovevano più temere che si spargessero certe voci... poi, con lieve imbarazzo, dopo un rapido sguardo alla zia, disse anche che della zia ci si poteva fidare. F abbassò gli occhi e annuì silenziosa.
L iniziò da una premessa: probabilmente erano stati vittime di un’allucinazione dovuta al Mezcal che avevano portato dal Messico, meta del loro viaggio di nozze.
La terza notte che dormivano nella nuova casa, i due giovani sposi avevano cominciato a sentire rumori e scricchiolii. All’inizio avevano pensato si trattasse di normali rumori di assestamento di una casa appena costruita, se non ché questi rumori si erano fatti di giorno in giorno più definiti, più chiari, finché una notte, verso le tre del mattino, distinsero chiaramente il rumore dello sciacquone e dei passi che si allontanavano dal bagno. I due, allora, eccitati e spaventati allo stesso tempo, si alzarono dal letto, si armarono di una pesante torcia elettrica e di un tagliacarte, e si avviarono verso la cucina, dove sembrava si fossero diretti i passi. La luce in cucina era accesa, F e L si spalmarono sul muro appena fuori dalla cucina, vicino alla porta e, pian piano, si sporsero fino a sbirciarci dentro. Una donna, di spalle, preparava un caffé in vestaglia. Sistemata la caffettiera sul fornello, la donna si girò verso di loro per andare a sedersi al tavolo al centro della stanza. La poterono così guardare in volto: era l’espressione stessa della tristezza, sciatta e spettinata, due profonde occhiaie marroni incorniciavano due fessure strette in cui a stento si distingueva il bianco degli occhi. La donna si sedette a una delle sedie intorno al tavolo, puntò i gomiti sul tavolo e si prese la testa fra le mani. E dopo un attimo scoppiò a piangere. L e F erano quasi decisi a venire allo scoperto per consolare la donna, senza chiedersi perché e per come, quando la donna si alzò dalla sedia con uno scatto improvviso, andò verso la credenza, aprì il cassetto, tirò fuori un coltello e si incise profondamente le vene dei polsi spargendo sangue sul pavimento della cucina. L stava per andare a soccorrerla quando si sentì tirare da dietro: F, perdendo i sensi, si aggrappava a lui in un estremo residuo di coscienza. L riuscì a prenderla in tempo ed evitarle di cadere a peso morto sul pavimento ma, quando si rigirò verso la cucina per controllare la situazione, tutto era scomparso: non c’era più traccia della donna, del sangue, del caffè...
L trasportò F in camera da letto e la fece riavere con un po’ d’acqua fresca e qualche piccolo schiaffo sul volto. Quando F si riebbe, L le raccontò di come tutto fosse svanito nel nulla. La mattina dopo abbandonarono frettolosamente la casa, andarono ad alloggiare in un albergo e contattarono un’agenzia per la vendita della casa.
La zia raccontò la storia a mia moglie, e così è arrivata a me. Avendo fin da piccolo una consistente passione per le stranezze, la storia mi ha incuriosito a tal punto che ho fatto di tutto per avere un incarico dalla compagnia per la quale lavoro proprio a P., la località in cui erano avvenuti quegli eventi sconcertanti.
Dovendomi trattenere una settimana, nei momenti liberi provai a indagare.
Per prima cosa andai a vedere la casa: niente di particolare, se non il fatto che mi era stata descritta in modo nettamente migliorativo. Era, alla fine, abbastanza anonima, un cubicolo di cemento armato, circondato da un giardino stretto e squadrato a non meno di centro metri dalla costa, un punto in cui la sabbia lasciava il posto a delle formazioni rocciose che solo con grande slancio emotivo si potevano definire “scogliera”. Riuscii a contattare un appassionato di storia locale e gli chiesi se in quella posizione fosse mai sorta un’altra dimora, un cimitero o qualcos’altro, ma lo storico mi rispose che non gli risultava niente di tutto questo. Feci un salto dal notaio e, con non poca abilità riuscii a farmi dire a chi fosse attualmente intestata. Scoprii che negli ultimi tre anni la casa non aveva più cambiato proprietario. Probabilmente il fenomeno, se di fenomeno si trattava, non si era più ripetuto. Era intestata a un tale B.E.
Insomma, niente di interessante.
La settimana passò e io finii il mio lavoro.
Il giorno della partenza, scesi dalla mia stanza dell’albergo con le valigie e notai una certa agitazione. Dai brandelli di discorsi, confermati poi dalle notizie di un giornale locale che acquistai appena uscito dall’albergo, venni a sapere che una donna si era suicidata in paese quella notte.
In quella casa.
Si era tagliata le vene.
La storia finì per intristirmi, e provai a dimenticarmene. Tuttavia, una serie di coincidenze accadute di recente, mi spingono, se non a trarre conclusioni, quanto meno a riconsiderare l’intera vicenda.
La zia di mia moglie è morta di infarto poco dopo il suicidio della donna nella casa di P. Sembra sia stata abbastanza discreta nel divulgare la storia dei due sfortunati.
Mia moglie, in seguito a un brutto incidente, ha perso parte della sua memoria, per fortuna sembra aver perso il superfluo e conservato l’essenziale; giorno dopo giorno, sta lentamente ricostruendo un nuovo mondo di piccole cose, e i medici sono ottimisti. Hanno avvertito però che nessun ricordo precedente riaffiorerà, e tutto il superfluo sarà composto da ricordi nuovi; a detta dei medici, inoltre, non è assolutamente opportuno che qualcuno o lei stessa, provi a ricostruire il superfluo rimosso.
Anche L e F non ci sono più.
L è ormai da un anno rinchiuso in una casa di cura.
F è morta poco prima.
L e F avevano avuto un figlio, morto a due anni per un incidente domestico. L sporcò il suo dolore incolpando F della morte del figlio. E la lasciò. F, sola e disperata, si tolse la vita. L invece resistette per circa due mesi, prima di prendere l’abitudine di andare al parco vestito solo di giornali per annunciare la fine del mondo.
È una storia questa? Fatti e personaggi sembrano somigliare e sovrapporsi, seguendo una logica arcana, allineandosi come pianeti sulla carta di un astrologo, accomunati solo da una sorta di indifferenza al tempo che forse è solo la considerazione del tempo da un altro punto di vista... non so... o forse sono io che ricostruisco il tutto cercando di dare una logica al caso, un senso alla tragedia… dando peso alle allucinazioni di due pazzi e ai pettegolezzi di una vecchia zia… non so…
Abdico al foglio e alla penna il compito di recarne testimonianza; al lettore, se vorrà, la facoltà di trarre conclusioni.
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