mercoledì, aprile 14, 2010

odore di santita'


un tale un giorno crebbe di botto ben otto centimetri. prima era alto un metro e settantacinque, dopo un metro e settantacinque + otto. allora ando' da un medico che provo' a capire cosa fosse successo. ma nessuno gli guardo' le scarpe. che erano alte otto centimetri. quando finalmente scoprirono l'arcano, tutti si tranquillizzarono e lui smise di fare il santone perche' nel frattempo, visto che era una cosa che la scienza non riusciva a spiegare, molti avevano pensato che fosse un miracolato e a conferma della cosa c'era questo strano odore che promanava da lui e si sentiva anche a un chilometro di distanza. poi un giorno, il tale in questione avverti' un dolore lancinante al mignolo del piede destro e si tolse una scarpa. e svenne. lo trovarono in camera sua svenuto e tutti pensarono a uno stato d'estasi. e nessuno osava avvicinarsi per il forte odore di santita' che emanava. poi vabbe' videro le scarpe e tutto fu chiarito.

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martedì, aprile 13, 2010

una storia vera, anzi no


ho visto un ufo. aveva l'aspetto di un gufo. era un gufo. non un ufo. ho visto un gufo. ed e' qui che casca l'asino. ma non si e' fatto niente. nulla di preoccupante. insomma, c'erano una volta un gufo, un ufo e un asino. l'ufo non era un ufo ma un gufo. e l'asino e' cascato ma ora sta bene. poi c'era anche umberto, un giovane intellettuale che voleva scrivere un saggio di otto volumi noiosissimo. ah si'! a un certo punto e' arrivata la polizia e ha messo tutti dentro con l'accusa di sfruttamento della prostituzione. e nella stessa cella c'erano nell'ordine: un messicano complessato che cercava di nascondere le sue origini messicane parlando in uno strano dialetto orientale che lui pretendeva fosse di un nobile e orgoglioso gruppo etnico estinto di cui era l'ultimo sopravvissuto. e basta. c'era solo sto messicano. che in realta' era lo stesso umberto. quindi in cella non trovarono nessuno. l'asino, il gufo e umberto rimasero in cella per un paio di giorni finche' non vennero scagionati dalle accuse in quanto avevano si' sfruttato la prostituzione, ma senza alcuna prostituta. e mancando la prostituta, il castello accusatorio cadde in un attimo. in cella resto' il messicano complessato, che era umberto, e che nel frattempo era diventato insopportabile in quanto per dare credibilita' alle sue affermazioni si era inventato una canzone antica del suo popolo di origine, e la cantava a capella e a cappella. e si capiva benissimo che se l'era inventata in quel momento. era tipo un lamento che a confronto i ragli dell'asino sembravano un assolo di un musicista bravissimo che citerei se solo di musica ne capissi.

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lunedì, aprile 12, 2010

il monumento maledetto


un giorno uno usci' di galera e provo' farsi una nuova vita. ma purtroppo mori' prima. il sindaco della citta' allora penso' che comunque era un esempio per i cittadini, e decise di fargli un monumento. ma purtroppo mori' prima. i figli del sindaco allora decisero di proseguire l'opera del padre, ma morirono anch'essi prima che ci riuscissero. allora un amico dei figli del sindaco ci penso' un po' su, si gratto' le palle e mando' tutto a fare in culo. ma purtroppo mori' lo stesso, investito dal carro funebre dei figli del sindaco. insomma, una strage.

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giovedì, novembre 19, 2009

un bel culo

faceva caldo, quel giorno. un caldo della madonna. ma anche di altre divinita' a cui ci si richiama genericamente per imprecare. la mia colt friggeva nella fondina e mi bruciava l'interno dell'ascella sudata. cercavo di non pensare all'odore che poteva esserci la' in fondo. avevo un appuntamento e volevo arrivarci bene, senza insicurezze. il sole attraverso il parabrezza della macchina mi colpiva la faccia, il petto e le gambe con violenza. mi feriva gli occhi e mi rompeva i coglioni in genere. niente aria condizionata, il finestrino tutto aperto serviva a poco meno di un cazzo. anche l'aria che entrava era calda. era tutto caldo, quel giorno. e io dovevo ammazzare quella testa di cazzo che un giorno era stata la mia donna. dovevo ammazzarla perche', da testa di cazzo, si era messa in un casino. aveva pestato i piedi sbagliati. la individuai nella folla. parcheggiai in divieto di sosta. la raggiunsi e le sparai in testa. i capelli svolazzarano, dandomi per un attimo l'illusione che si fosse alzato un po' di vento. invece no. era solo lo spostamento d'aria del colpo partito dalla mia pistola. un fiotto di sangue le usci' dal cranio e la puttana si accascio' a terra. la folla si disperse impaurita. la guardai un attimo, volevo fissarmi nella mente una sua ultima istantanea. anche da morta aveva un bel culo.

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domenica, ottobre 26, 2008

l'ispirazione


Usciva in strada a inseguire l'ispirazione, trasaliva per averla colta, poi
abbandonava la sua opera e ne vagheggiava un'altra piu' bella.
(Gustave Flaubert, L'educazione Sentimentale )

Languiva il giorno quel giorno.
Le ore della sera lo rincorrevano lente. Ma inesorabili.
“L’ispirazione”, pensò, “l’ispirazione è l’anima dell’arte, il suo asse portante, la sua ossatura”.
Cosa fosse per lui l’ispirazione è presto detto: era ciò che è chiamato “sentimento” dalle massaie, “amore” dalle adolescenti. E “romanticismo” dai professori di liceo beoti quando fanno il paragone con l’illuminismo. “Sensibilità”, dalle vecchie zie grasse, amanti dei fiori.
Socchiudendo gli occhi, scrutò a lungo l’orizzonte e, come rapito, decise d’un tratto che dello splendido panorama che aveva di fronte ne avrebbe fatto un disegno.
Tirò fuori dalla tasca del lungo cappotto nero l’inseparabile taccuino su cui annotava le sue emozioni e tracciò, su un foglio libero, la linea dell’orizzonte.
Sulla parte destra del foglietto tracciò invece una linea verticale con l’intenzione di riprodurre l’alberello che era alla sua destra.
Dopo i primi due tratti si accorse però che forse l’ispirazione non era bastata a far somigliare il suo schizzo a quanto aveva di fronte.
Prese allora a fissare turbato quanto aveva tracciato sul foglio.
Lo fissò per un po’… poi, pian piano, qualcosa cominciò ad affiorare alla sua coscienza.
“…massi’ ” pensò”come ho fatto a non vedere!”
Quelle due linee incrociate erano in realtà molto di più di quello che sembravano.
L’ispirazione gli aveva fatto da scandaglio per l’ inconscio, permettondogli di tracciare le linee del suo personale, destrutturato, tramonto d’autunno.
Era un’emozione indescrivibile scoprire l’armonia di quelle forme apparentemente banali.
Una sorta di ritorno all’infanzia, ai primordi della sensazione.
Al pleistocene della percezione.
Che movimento, che energia, che scalpore promanava da quei semplici tratti.
“L’orizzontale dell’orizzonte si oppone al verticale dell’alberello che a sua volta interrompe la continuità spazio temporale dell’orizzontale dell’orizzonte”, pensò.
“Ecco! Il tempo del disegno, e, se vogliamo, lo spazio della musica!”
D’ora in poi il tramonto lo avrebbe visto così, come bloccato sul blocchetto: era quello il suo immaginario destrutturato, quello il suo vero tramonto.
Sentiva di averne carpito l’essenza ermetica, intima, vaginale.
“Dove non c’è spazio, non c’e’ luce, non c’e’ materia. Solo orizzontale e verticale.”
D’altra parte, come avrebbe la sua mano, così ispirata, potuto sbagliare qualcosa?
“Non c’è niente di sbagliato nell’arte”, pensò, “perché tutto esprime qualcosa, esprime qualcuno, esprime…esprime e Basta!”.
L’emozione si fece insostenibile.
Divenne commozione.
Si passò sugli occhi una manica del cappotto.
Il coglione.

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venerdì, settembre 26, 2008

il callista di venezia


ovviamente dedicato alla mia musa angie
c'era una volta un criminale incallito. non che facesse chissacche'. suonava ai campanelli e se ne scappava. cosa che sotto certi aspetti e' un crimine. pero' a furia di scappare, sui piedi gli vennero dei calli grandi cosi'. e anche sulle mani, a furia di suonare, gli vennero i calli. insomma, era pieno di calli. ando' dal callista, ma siccome viveva a venezia, il callista era uno che faceva le strade. e non sapeva come aiutarlo. dolorante, stanco e depresso, si aggirava per le calli di venezia in cerca di aiuto e comprensione. l'unico amico rimasto era il callista, che ogni tanto gli offriva da bere. e la gente ormai lo conosceva e se sentiva suonare al campanello, andava lentamente a rispondere per dargli il tempo di scappare via. lentamente.

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sabato, marzo 01, 2008

il contatore

C’è uno che conosco che veramente non sopporto. Ma questo conta poco. Quello che conta invece è altro. Un mio amico che aveva la passione per il contare. Lui contava, contava, contava. Lo chiamavamo “il contatore”. Anche perché quando vedeva un contatore, si incantava a guardarlo, senza smettere di contare. Non la smetteva mai di contare. Arrivò fino a 12 milioni ottocentomila cinquantaquattro (12.800.054). Magari è andato anche avanti, ma lo ricoverarono in un ospedale psichiatrico. E non ne uscì più. Vabbe’, almeno finora. Poi magari lo fanno uscire. Quindi non so se è andato anche oltre i 12.800.054. Il fatto è che comunque con lui il rapporto non era facile. Non aveva un eloquio brillante. Diceva sempre 1, due, tre, quattro e cose del genere. Sinceramente non posso dire di averlo mai conosciuto veramente.

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sabato, febbraio 02, 2008

il dissenziente

c'era una volta uno che per hobby dissentiva. se si discuteva, lui interveniva e diceva: "io dissento!". poi magari non argomentava, non diceva niente di niente, ma gli piaceva troppo a un certo punto assumere un'aria sprezzante e indignata e dire: "io dissento!". e insomma divento' un dissenziente famoso, e cominciarono a chiamarlo per farlo dissentire a pagamento. per esempio, quando gli organizzatori di un convegno erano preoccupati perché c'era il rischio che al convegno che stavano organizzando tutti fossero troppo d'accordo, chiamavano lui, e lo facevano dissentire a pagamento. questo successe, ad esempio, al convegno dal titolo: "ma quanto è buona la pizza margherita?". e insomma, il dissenziente cominciò ad avere soldi e successo. ma tutto quel dissentire lo fece ammalare. e il dissenziente morì di dissenteria. com'era prevedibile.

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martedì, maggio 22, 2007

il lento


Era tanto lento a fare le cose che ci mise un quarto d’ora a svitare il tappo della borraccia e morì disidratato. Mentre attraversava un deserto lungo 10 metri, il deserto più piccolo del mondo. Ma ci mise così tanto a morire che arrivarono i soccorsi e riuscirono a salvagli la vita. Quindi non morì, bugia, ma quasi. (Insomma, di morire, morì, ma non quella volta.) Lo chiamavano “il lento”, infatti i suoi amici non avevano molta fantasia. Erano tutti tipi molto ordinari e con scarso senso dell'ironia. E c’erto non erano le persone più adatte a farlo diventare un po’ più veloce. Insomma, sotto questo aspetto egli fu anche un po’ sfortunato. Avesse avuto amici con una fantasia più vivace, sarebbe stato meglio. Qualcuno di questi ipotetici amici fantasiosi avrebbe potuto aiutarlo a essere un po’ più veloce. Tipo chiamandolo "Flash". E invece niente. Lento era, e lento rimase. Lo chiamavano “il lento”. E faceva tutto molto lentamente. Altrimenti lo avrebbero chiamato in altro modo. O lo avrebbero chiamato semplicemente con il suo nome di battesimo, nel caso in cui non si fosse distinto per qualcosa. O non lo avrebbero chiamato affatto, qualora non fosse esistito. Ma esisteva e si distingueva per la lentezza. E tutto sommato grazie a questo godeva di una certa popolarità. Ma mai nessuno lo aiutò a diventare un po’ più veloce. E quella volta nel deserto per poco non ci rimise la pelle, per quella sua fottutissima lentezza. Morì invece molto vecchio. E a morire ci mise un sacco. Circa 95 anni.

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venerdì, maggio 18, 2007

la polvere


secondo molti maradona è stato il più grande calciatore di tutti i tempi. ma giuro che io ne conoscevo uno che giocava a calcio meglio di lui. ovviamente non è vero, ma è così. inoltre era alto biondo e conduceva una vita sana. si chiamava introberto, ed era molto introverso. questo fu il suo problema. introberto infatti si vergognava di giocare a pallone in pubblico e allora giocava a pallone solo da solo, quando era sicuro che nessuno lo guardava. per fare un esempio, da piccolo, andava al campetto sotto casa, e giocava di notte, al buio. per fare un altro esempio, quando era grande, e magari di notte non poteva, si prendeva un giorno di ferie dal lavoro per andare a giocare a calcio da solo, in un giorno infrasettimanale, verso le 11 del mattino. durante queste partite immaginarie, se avesse avuto giocatori davanti a lui, li avrebbe scartati tutti con tocchi deliziosi e giochi di prestigio. ma purtroppo, essendo partite immaginarie e mancando gli avversari, finiva per restare circa un'ora e mezza fermo a fissare il campo con il pallone sotto il braccio. da solo. a volte al buio. introberto, infatti, era introverso. e così visse, crebbe e morì. era alto, biondo e conduceva una vita sana. quindi morì vecchio. ma nessuno seppe mai che era il più bravo calciatore del mondo. un po' coglione, certo. ma tutti i geni hanno qualche grave difetto. quello di introberto, era che era un po' coglione. e introverso. ma questo l'ho già ripetuto molte volte nel corso di questo post, e non mi sembra il caso di dilungarmi. e nessuno, su questo, può smentirmi.

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giovedì, aprile 19, 2007

l'orologio borghese

l'orologio contava le ore, i minuti e i secondi. le sue lancette si inseguivano, si raggiungevano e poi si allontavano di nuovo invertendo i ruoli. la lancetta che prima inseguiva diventava poi quella inseguita. ecceter. d'altra parte, cosa avrebbe potuto fare un orologio? era stato costruito apposta per fare tutto ciò. e non poteva fare diversamente. salvo che qualcuno si dimenticasse di dargli la carica ogni tanto. quindi questo orologio si comportava esattamente come ci si sarebbe aspettato che si comportasse. era un orologio borghese. come tutti gli orologi, d'altra parte. o almeno, come tutti gli orologi che io ho visto e usato in vita mia. poi magari non escludo che ci siano orologi che si comportino diversamente, tipo che vanno al contrario eccetera. però siccome non ne ho mai visti, preferisco raccontare di un orologio come quelli che ho visto. e tutto sommato non mi sembra neanche un racconto esemplare o degno di nota. il contenuto si dissolve nella totale ordinarietà, e il significato... il significato uno può sceglierlo dallo scaffale dei significati (o dal barattolo, dipende da come uno la pensa in materia di migliore conservazione della cosa in oggetto), e mettercelo dentro. tipo panino imbottito. apre il racconto e ci mette dentro un significato. e poi se lo mangia e lo assimila. ma tornando al discorso, il fatto che quanto sopra raccontato a proposito dell'ordinarietà degli orologi possa essere vero, non rende gli orologi meno utili. o meno inutili. anche questo dipende dai punti di vista.

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lunedì, aprile 16, 2007

struggente storia d'amore


sempre che la cosa non turbi nessuno, oggi devo parlare di una storia d'amore struggente. la storia d'amore tra una principessa e un cavaliere. che in realtà erano una puttana e un netturbino. un giorno il netturbino la spazzò via dalla strada insieme ad altre immondizie, ma se ne accorse appena in tempo. se la portò a casa, la pulì, e la mise sul divano. quando la puttana si svegliò non capì dove si trovava. il netturbino le portò un caffé. e senza dire una parola i due bevvero il caffé guardando la televisione. davano ok il prezzo è giusto. il programma faceva schifo a entrambi ma nessuno osava dirlo pensando che l'altro o l'altra fosse interessato\a. dopo ok il prezzo è giusto, mandarono un programma di cucina. e i due avevano entrambi fame. ma nessuno osava dirlo pensando che l'altro\a non ne avesse. finito il programma di cucina, i due capirono di amarsi. ma nessuno osava dirlo pensando di non essere ricambiato\a. e fu così che la puttana ringraziò il netturbino per il caffé e l'ospitalità, e andò via. e non si rividero mai più.

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lunedì, marzo 19, 2007

l'incredibile e triste storia di luca e lucia

luca e lucia furono legati in matrimonio da un chirurgo.
da quel momento stavano sempre insieme. c’erto in alcuni casi era un po’ scomodo. soprattutto andare in bagno. e inoltre dovettero rinunciare ad alcune posizioni nel fare l’amore. ma la felicità di stare sempre l’uno legato all’altra (e viceversa) era troppo grande e quindi quei piccoli inconvenienti furono ben accetti. un giorno però, per forza di cose, dovettero separarsi. il chirurgo, quando arrivò a casa, trovò un’atmosfera tetra. però fece il suo lavoro e andò via. per luca e lucia fu il giorno più brutto della loro vita. era peggio che se gli avessero amputato un piede o la lingua. e inoltre, i punti di sutura facevano male. quando alla sera si rividero, non vollero aspettare il chirurgo, che sarebbe arrivato il mattino dopo. e provarono a legarsi da soli. ma purtroppo non ne furono capaci. le ferite si infettarono e durante la notte morirono.

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venerdì, marzo 16, 2007

non-racconto


il giorno dopo stava già meglio. ma il giorno prima no. stava peggio. infatti non avrebbe potuto stare meglio il giorno dopo se il giorno prima non fosse stata peggio. non avrebbe senso affermarlo, cioè. ma il problema è un altro. siccome il giorno prima non stava poi tanto peggio del giorno dopo, ma solo un poco (e quindi il giorno dopo non stava molto meglio del giorno prima), c’è da chiedersi se vale la pena di raccontare una storia dove in pratica non è successo nulla di rilevante. il giorno prima, infatti, aveva un po’ di raffreddore, il giorno dopo invece stava un po’ meglio ma il raffreddore non le era passato del tutto. quindi insomma non è che ci sia molto di decisivo e di importante in quello che è successo alla tizia in questione. si tratta infatti di una donna. e questo perché io ho deciso così. anzi, ora le faccio fare una doccia. ovviamente è molto bella. dicevo, il giorno dopo stava già meglio e appena alzata si andò a fare una doccia. si sfilò la camicia da notte e il perizoma , aprì la doccia, regolò la temperatura dell’acqua e si ficcò sotto il getto. e insomma la protagonista fa tutto quello che scrivo io. altrimenti non esiste. ma non sto qui a raccontare poi quello che fa sotto la doccia perché sono cazzi miei.

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martedì, gennaio 10, 2006

a caccia di stelle (miniraccontominimalista)


un sognatore, in una notte d'estate, andò a caccia di stelle.
ma le stelle non ne volevano sapere. anzi, a dirla tutta, alle stelle il sognatore gli stava pure un po' sul cazzo, perché prima di decidersi di andare a caccia di stelle, il sognatore parlava alle stelle. e diceva una marea di cazzate.
le stelle andarono così dal mare e gli dissero: senti, mare, noi te la diamo, ma a quello ci pensi tu? eccome, disse il mare.
allora, il mare, tutto d'un tratto, mentre il cacciatore si arrampicava su un faro per provare a prendere le stelle, con un'onda lo fece cadere e il povero sognatore andò a sbattere sugli scogli.
fortunatamente gli scogli erano coperti di alghe, e il sognatore non si fece troppo male, ma decise, per il momento, di smettere di andare a caccia di stelle.
se ne tornò a casa, si preparò un brodino granulare knorr con delle stelline barilla, e si accese la televisione.

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